Cyberpunk

Il cyberpunk nasce come corrente di fantascienza nei primi anni ‘80, riassunta nella formula high tech, low life: tecnologia avanzatissima dentro una società degradata. Nel giro di un decennio diventa una subcultura e una controcultura con un proprio lessico, e oggi sopravvive soprattutto come estetica di consumo. È anche la profezia che la Silicon Valley ha preso per un business plan.

Mappa: Cybercultura raccoglie tutte le note che discendono dal cyberpunk, divise per ramo.

Body

Il nucleo: high tech, low life

Il cyberpunk si regge su pochi elementi fissi:

  • Megacorporazioni che hanno preso il posto dello Stato: governano città, eserciti privati e corpi, e sono il vero potere al posto dei governi.
  • Il cyberspazio, una dimensione di dati in cui la coscienza “entra”. William Gibson la definisce “un’allucinazione consensuale vissuta quotidianamente da miliardi di operatori”.
  • Il corpo modificabile: innesti, protesi, chip neurali. Il confine tra organismo e macchina diventa una questione di budget.
  • Lo Sprawl, cioè la metropoli infinita, verticale, piovosa e al neon, dove le insegne in kanji segnalano l’egemonia economica giapponese temuta dall’America degli anni ‘80.
  • L’antieroe marginale: hacker, mercenario, ladro di dati. Non vuole salvare il mondo, solo sopravvivere al prossimo lavoro. Il punk del nome sta qui, nell’outsider che usa la tecnologia dei padroni contro i padroni.

Rispetto alla fantascienza classica il cambio di prospettiva è totale. Al posto dell’astronave e della frontiera spaziale c’è la strada, e al posto dell’utopia tecnologica il futuro come peggioramento del presente. La tecnologia non libera: si diffonde e basta, finisce nelle mani di tutti e non risolve niente.

Timeline essenziale

  • Precursori: Philip K. Dick (Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, 1968), John Brunner (Codice 4GH / The Shockwave Rider, 1975), Moebius e Dan O’Bannon (The Long Tomorrow, 1975, su Métal Hurlant), più Burroughs e Ballard come padri letterari della carne mutante e del paesaggio tossico.
  • 1982: esce Blade Runner di Ridley Scott, che fissa il codice visivo (pioggia, neon, pubblicità giganti, città stratificata). Nello stesso anno Gibson conia cyberspace nel racconto Burning Chrome e Katsuhiro Otomo comincia Akira.
  • 1983: Bruce Bethke pubblica il racconto Cyberpunk. L’anno dopo l’editor Gardner Dozois usa il termine per indicare un intero gruppo di autori.
  • 1984: Neuromante di Gibson vince Hugo, Nebula e Philip K. Dick Award. È il testo fondativo.
  • 1986: l’antologia Mirrorshades, curata da Bruce Sterling, fa da manifesto del movimento (Gibson, Sterling, Pat Cadigan, Rudy Rucker, John Shirley, Lewis Shiner).
  • 1988-1989: arrivano il gioco di ruolo Cyberpunk di Mike Pondsmith (poi Cyberpunk 2020), Shadowrun, il film Akira e Tetsuo di Shin’ya Tsukamoto, manifesto del cyberpunk giapponese più corporeo e industriale.
  • 1990: l’Operazione Sundevil e il raid dei Servizi Segreti alla Steve Jackson Games, il cui manuale GURPS Cyberpunk viene trattato come “manuale per crimini informatici”. Dalla reazione nasce la Electronic Frontier Foundation. Sterling racconta tutto in The Hacker Crackdown (1992).
  • 1992: Snow Crash di Neal Stephenson inventa il Metaverso e porta nel lessico comune la parola avatar.
  • 1995: escono Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, Johnny Mnemonic e Hackers.
  • 1999: Matrix porta il cyberspazio nel mainstream mondiale come mito gnostico (il mondo è una prigione, la verità è altrove) → Keanu Reeves.
  • Anni 2000-2010: il genere si dichiara superato (post-cyberpunk), mentre la realtà ne realizza pezzo dopo pezzo la scenografia.
  • 2020-2022: Cyberpunk 2077 esce con un lancio disastroso e poi si riscatta con l’anime Edgerunners. Il cyberpunk diventa un franchise.

Da genere a subcultura

Tra la fine degli anni ‘80 e la metà dei ‘90 il cyberpunk esce dai libri e diventa un modo di vivere.

  • Negli Stati Uniti il centro è la rivista Mondo 2000 (Berkeley, R. U. Sirius). Lì si mescolano hacker, rave, smart drugs, realtà virtuale e misticismo psichedelico: Timothy Leary riconverte l’LSD in software e parla di cyberdelia. Nel 1993 il cyberpunk finisce sulla copertina di Time e Billy Idol pubblica un album intitolato Cyberpunk. Di solito è il segnale che una subcultura è già morta.
  • In Italia il cyberpunk prende una forma tutta sua, esplicitamente politica. A Milano la Shake Edizioni e la rivista Decoder pubblicano nel 1990 Cyberpunk. Antologia di testi politici, a cura di Raf Valvola Scelsi. Qui il genere viene letto come strumento di critica del capitalismo informazionale e si salda con i centri sociali, le BBS antagoniste (la rete ECN, Cybernet) e la cultura hacker dell’autogestione. È il ramo da cui discende l’Età dell’Oro dell’Informatica Libera.

La cultura hacker fornisce al movimento i riti e un lessico iniziatico: il leet speak, gli handle al posto dei nomi, le crew, la gerarchia tra lamer ed élite. I mondi testuali dei MUD ne sono la prova generale: il cyberspazio esisteva già, fatto di solo testo.

Lo scisma: dalla controcultura alla Ideologia Californiana

Il cyberpunk conteneva fin dall’inizio due letture incompatibili della stessa tecnologia:

  1. Quella distopica e di sinistra: la rete come strumento di controllo delle megacorporazioni, da sabotare dall’interno. È la lettura italiana, e quella di Gibson.
  2. Quella libertaria e trascendente: la rete come nuova frontiera in cui lo Stato non arriva e il corpo diventa superfluo. È la lettura di Mondo 2000 e della Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio di John Perry Barlow (1996).

Ha vinto la seconda. Richard Barbrook e Andy Cameron la chiamano nel 1995 Ideologia Californiana: controcultura hippie più liberismo di mercato più determinismo tecnologico. Da lì discendono il transumanesimo, il sogno del mind uploading e la retorica delle startup. L’ironia finale è totale. Il genere che metteva in guardia dalle megacorporazioni ha fornito loro il vocabolario: nel 2021 Facebook si rinomina Meta prendendo in prestito il Metaverso di Snow Crash, un romanzo in cui il Metaverso è una distopia.

L’estetica dopo la fine

Morto come movimento, il cyberpunk sopravvive come palette: neon magenta e ciano, pioggia, kanji, Kowloon Walled City come cartolina. Questa palette alimenta synthwave, vaporwave, techwear e una quantità infinita di wallpaper. È un futuro nostalgico, un retrofuturo anni ‘80 che nessuno ha vissuto davvero → Anemoia. È anche un caso da manuale di commercializzazione del cool alternativo: lo stile del ribelle venduto dalle stesse aziende che il ribelle doveva combattere.

Intanto il meme “we live in a cyberpunk dystopia but without the cool aesthetic” registra un fatto. Gig economy, sorveglianza di massa, città-azienda, protesi connesse e mercenari privati sono arrivati sul serio, solo senza neon e senza impermeabili di pelle. Le proteste di Hong Kong del 2019, con i laser puntati contro le telecamere di riconoscimento facciale, sono state forse l’unico momento in cui realtà ed estetica hanno coinciso.

Perché sta in culti-digitali

Il cyberpunk non ha avuto un leader né una dottrina, ma è stato la prima religione della rete. Ha prodotto:

  • una cosmologia: il cyberspazio come piano di realtà parallelo e superiore, con un mito gnostico (la carne come prigione, il meat disprezzato in Neuromante, la pillola rossa di Matrix);
  • una escatologia: la Singolarità, l’upload della coscienza, l’immortalità digitale, che ritornano nel transumanesimo e nelle speculazioni sulla superintelligenza → Nick Bostrom;
  • un clero e un’iniziazione: l’hacker come sacerdote che legge il codice sotto l’interfaccia, con nome iniziatico (l’handle), lingua segreta e gradi di accesso;
  • dei testi sacri citati come profezie: Neuromante, Snow Crash, Mirrorshades, la dichiarazione di Barlow.

Molti culti digitali successivi ne ereditano la grammatica. L’idea che la “vera” realtà sia nascosta sotto quella apparente e che solo gli iniziati sappiano leggerla è la stessa del red pill di QAnon. La figura dell’hacker anonimo che combatte un potere opaco è quella di Anonymous contro Scientology. L’identità scelta e indossata online, più vera di quella anagrafica, è il terreno da cui nascono le identità alternative di furry e otherkin.

Il cyberpunk ha immaginato il corpo come hardware aggiornabile, e due figure ne derivano in direzioni opposte: il cyborg ironico e anti-gerarchico di Haraway e il cyborg obbediente e desiderante della dronificazione.

Sources

  • William Gibson, Neuromante (1984)
  • Bruce Sterling (a cura di), Mirrorshades. L’antologia cyberpunk (1986)
  • Raf Valvola Scelsi (a cura di), Cyberpunk. Antologia di testi politici, Shake Edizioni (1990)
  • Bruce Sterling, The Hacker Crackdown (1992)
  • Neal Stephenson, Snow Crash (1992)
  • Mark Dery, Escape Velocity: Cyberculture at the End of the Century (1996)
  • Richard Barbrook e Andy Cameron, The Californian Ideology (1995)
  • John Perry Barlow, A Declaration of the Independence of Cyberspace (1996)
  • Da espandere: cyberpunk giapponese (Otomo, Oshii, Tsukamoto), storia di Decoder e della rete ECN, solarpunk come risposta

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