Ideologia Californiana

L’Ideologia Californiana è la fusione di controcultura hippie, liberismo di mercato e determinismo tecnologico che ha fatto da credo alla Silicon Valley: l’idea che la rete, lasciata libera dallo Stato, produca da sola libertà individuale e prosperità per tutti.

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Il saggio

Il nome viene da un saggio di Richard Barbrook e Andy Cameron, due ricercatori dell’Hypermedia Research Centre dell’Università di Westminster. Esce nel 1995 sulla rivista londinese Mute e l’anno dopo, in versione ampliata, su Science as Culture. Il bersaglio è la retorica che negli anni del primo boom di internet arriva dalla California, in particolare da Wired.

La tesi è che sulla costa ovest si sia saldata una coppia che sulla carta non dovrebbe stare insieme: lo spirito libertario dei figli dei fiori e lo zelo imprenditoriale degli yuppie. Gli hippie del ‘68 odiavano lo Stato perché faceva la guerra in Vietnam e controllava i costumi. I liberisti reaganiani lo odiavano perché tassava e regolava il mercato. La tecnologia digitale permette a entrambi di avere ragione insieme: ognuno sarà libero di esprimersi e di arricchirsi, senza governi in mezzo, grazie al computer personale e alla rete.

Gli ingredienti sono pochi:

  • Determinismo tecnologico: la tecnologia non è uno strumento che qualcuno usa per qualcosa, è una forza naturale che porta da sola verso il meglio. La politica deve solo togliersi di mezzo.
  • Individualismo radicale: l’unità di misura è il singolo creativo, l’artigiano digitale autonomo e connesso. Classi, sindacati e beni pubblici spariscono dal quadro.
  • Antistatalismo: il governo è lento, burocratico, “industriale”. Il mercato elettronico è veloce, decentrato, “naturale”.
  • Mito della frontiera: la rete è il nuovo West, terra vergine da colonizzare in cui contano solo l’ingegno e il coraggio del pioniere.

Le radici: dal Whole Earth Catalog a Wired

Il ponte tra controcultura e business ha nomi e date precisi, ricostruiti poi da Fred Turner in From Counterculture to Cyberculture (2006).

  • 1968: Stewart Brand pubblica il Whole Earth Catalog, la bibbia delle comuni hippie. Il sottotitolo è access to tools: la liberazione passa dagli strumenti giusti, non dalla politica. Steve Jobs lo chiamerà “Google in formato tascabile”.
  • 1985: Brand fonda The WELL, una delle prime comunità online, dove passano molti dei futuri ideologi della rete (tra cui John Perry Barlow, paroliere dei Grateful Dead).
  • 1990: Barlow, Mitch Kapor e John Gilmore fondano la Electronic Frontier Foundation. Già il nome dichiara la metafora.
  • 1993: nasce Wired, diretto da Louis Rossetto con Kevin Kelly. Marshall McLuhan compare nel colophon come “santo patrono”. La rivista diventa il pulpito dell’ideologia.
  • 1994: Esther Dyson, George Gilder, Alvin Toffler e George Keyworth firmano la Magna Carta for the Knowledge Age per la Progress & Freedom Foundation, think tank vicino a Newt Gingrich. Qui la saldatura con la destra repubblicana è esplicita.
  • 1996: a Davos, Barlow scrive la Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio: “Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e acciaio, vengo dal Cyberspazio, la nuova dimora della Mente”. È il testo sacro del movimento.

Il passaggio dal ramo libertario della controcultura a questa ideologia è raccontato dal lato della fantascienza in Cyberpunk: è la lettura di Mondo 2000 e di Barlow che vince su quella distopica di Gibson e su quella politica del cyberpunk italiano.

Cosa nasconde

Il cuore della critica di Barbrook e Cameron è che l’ideologia si regge su alcune rimozioni.

  • Lo Stato che l’ha pagata: internet nasce da ARPANET, cioè dal Pentagono. La Silicon Valley cresce su decenni di commesse militari e ricerca universitaria pubblica. Il pioniere che si è fatto da solo è un mito: la frontiera l’ha aperta il governo.
  • Gli esclusi: l’artigiano digitale libero e creativo ha bisogno di qualcuno che pulisca gli uffici, assembli i chip e consegni la cena. Nella California degli anni ‘90 quel lavoro lo fanno immigrati e minoranze senza accesso alla rete. Gli autori ricordano che anche la democrazia jeffersoniana, modello dichiarato dei tecno-libertari, si reggeva sugli schiavi.
  • L’agorà che diventa mercato: la promessa era una agorà elettronica, una piazza in cui tutti discutono alla pari. Il risultato è un mercato elettronico, dove chi possiede le piattaforme possiede anche la piazza.

Come alternativa Barbrook e Cameron indicano il modello europeo di economia mista, con lo Stato come costruttore di infrastrutture pubbliche (il Minitel francese è il loro esempio).

Cosa è diventata

Il saggio nel 1995 sembrava una polemica da accademici di sinistra. Trent’anni dopo si legge come una previsione.

  • Le piattaforme: Google, Facebook, Amazon e Uber nascono dentro questo credo. Don’t be evil e move fast and break things sono la sua versione da slogan. La rete decentrata che doveva liberare gli individui si è concentrata in pochi monopoli, la fine dell’Età dell’Oro dell’Informatica Libera.
  • Il soluzionismo: Evgeny Morozov (To Save Everything, Click Here, 2013) chiama così l’idea che ogni problema sociale sia un problema tecnico in attesa della app giusta.
  • La deriva a destra: il ramo hippie si è progressivamente staccato e quello liberista ha preso il sopravvento. Peter Thiel scrive nel 2009 che non crede più che libertà e democrazia siano compatibili. Seguono il seasteading, il Network State di Balaji Srinivasan (2022), il Techno-Optimist Manifesto di Marc Andreessen (2023), il riallineamento di buona parte della Valley con la destra trumpiana nel 2024.
  • L’escatologia: transumanesimo, longtermismo, effective accelerationism. Timnit Gebru ed Émile Torres li raggruppano nel 2023 sotto la sigla TESCREAL. È la stessa fede nella tecnologia come destino, spostata dal mercato alla specie: la superintelligenza e l’upload della coscienza al posto del dot-com → Nick Bostrom.

Anche il documentario di Adam Curtis All Watched Over by Machines of Loving Grace (2011) racconta questa traiettoria. Il titolo viene da una poesia di Richard Brautigan del 1967, in cui le macchine riportano l’uomo a una natura pacificata: il sogno hippie della tecnologia in versione originale.

Perché è un’ideologia e non solo un’opinione

L’Ideologia Californiana funziona come un sistema operativo: non si presenta come una posizione politica fra le altre, ma come il modo in cui le cose vanno e basta. Chi la critica non viene contraddetto, viene liquidato come luddista che non ha capito il futuro → Ideologia Come Software.

Ha anche la struttura di una fede. Ci sono profeti (McLuhan, Teilhard de Chardin con la sua noosfera), testi sacri (la dichiarazione di Barlow, i numeri di Wired), una promessa di salvezza (la rete che libera, la Singolarità che redime) e un nemico (lo Stato, i “giganti di carne e acciaio”). Erik Davis la chiama tecnognosi: il vecchio desiderio gnostico di fuggire dal mondo materiale, travestito da roadmap di prodotto.

Con la egemonia culturale americana ha viaggiato in tutto il mondo. Oggi la si trova nel lessico di qualunque startup, anche a Milano o a Treviso, spesso senza che nessuno sappia da dove viene.

Sources

  • Richard Barbrook e Andy Cameron, The Californian Ideology, Mute (1995); versione ampliata in Science as Culture 26 (1996)
  • John Perry Barlow, A Declaration of the Independence of Cyberspace (1996)
  • Esther Dyson, George Gilder, George Keyworth, Alvin Toffler, Cyberspace and the American Dream: A Magna Carta for the Knowledge Age (1994)
  • Fred Turner, From Counterculture to Cyberculture: Stewart Brand, the Whole Earth Network, and the Rise of Digital Utopianism (2006)
  • Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here (2013)
  • Timnit Gebru e Émile P. Torres, The TESCREAL bundle, First Monday (2024)
  • Adam Curtis, All Watched Over by Machines of Loving Grace, BBC (2011)
  • Da espandere: Barbrook, Imaginary Futures (2007); Richard Barbrook e la high-tech gift economy; il rapporto con Ayn Rand

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